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venerdì, 06 luglio 2007
D.A.T.A.
...NOW PROCESSING...
(Slam Productions, 2006)


Non è mai facile parlare di musica quando chi la fa cerca di scolpire l’aria intorno a sé senza seguire un piano predeterminato. L’improvvisazione è pratica antica e complessa, cammino irto di ostacoli, veicolo e meta nello stesso tempo, personalità e spirito. Quattro musicisti, provenienti dal sud di Londra, decidono di entrare in studio e di cristallizzare in un disco il prodotto estemporaneo della loro creatività: chi ne parla dovrà pesarne il valore meramente estetico insieme a quello espressivo.

I quattro in questione si conoscono nel 2005, formando un collettivo dedito all’improvvisazione tout court, riassumendo nel loro suono gli echi di molteplici ascolti e sintetizzando una sorta di musica icosaedrica, composta al momento, fatta di jazz, rock, fusion, etnica, free, latin, mainstream, votata al cambiamento e dalle molteplici spire. E’ così che Dave (Hayley), Andy (McFarlane), il polivalente Tris (Harris) e Alan (Eason) - D.A.T.A. - con la partecipazione di Colin Crawley nell’episodio “Don’t Ask Us”, concepiscono l’esigenza di registrarsi, senza aggiunte né ritocchi, sinceramente, come fotografarsi in movimento.

Ne deriva un’opera equilibrata, dalle sonorità semplici quanto cangianti, che muta in mille forme mettendo in luce le buone capacità del singolo in funzione dell’organico. Non ci sono spinte alla ricerca del suono perduto, del territorio incontaminato, solo una gran voglia di suonare, interagire, comunicare, tracciando un grande affresco, divertendosi.
Forse intellettualmente “leggero”, non un caposaldo concettuale né una rivoluzione; di sicuro un buon disco di musica improvvisata, vivace e fresco, venato di spontaneità.

Lorenzo Gabriele



Cover



Visita il sito della Slam Productions.

Recensione su AAJ Italia.


postato da: Cynar alle ore 18:20 | Link | commenti (1)
categoria:musica, dischi
venerdì, 29 giugno 2007
FRANÇOIS INGOLD TRIO
SONG GARDEN

(Altrisuoni, 2006)

Un lavoro tanto semplice, essenziale, istintivo e spontaneo quanto elegante, raffinato, intellettuale e curato in ogni dettaglio. Otto brani (più una ghost track dal vivo, a testimonianza dell'impegno profuso) che fanno i conti con la forte passione del loro autore per la canzone francese e per la canzone in generale.

Nel giardino di François Ingold c'è spazio, infatti, per leggiadre composizioni originali, come per affascinanti rivisitazioni di successi del passato, che si fondono completamente, insieme agli episodi che portano la firma del pianista elvetico, in un unico grande affresco ricco di ricordi e di suggestioni.

Già nel recente passato Ingold dichiarava il suo amore per gli chansonnier d'oltralpe, componendo ed eseguendo la musica che avrebbe accompagnato spettacoli teatrali dedicati a figure chiave in questo ambito, come Boris Vian o George Brassens. In Song Garden questo corteggiamento (corrisposto) si allarga perfino a un brano poco convenzionale come “A Forest”, un caposaldo nel repertorio dark new wave anni '80 dei The Cure. L'amore per la canzone tout court sublima, in seguito, nella melodia e nell'equilibrio, caratterizzando lo stile pianistico dell'autore. Tornano alla mente sonorità tipiche del trio Evans-La Faro-Motian, inevitabilmente: pur non essendo allo stesso livello poetico, l'interplay lirico che si instaura tra pianoforte e contrabbasso è notevole e cresce con lo scorrere dei minuti e delle tracce, avvolgendo morbidamente l'ascoltatore. La batteria ha il compito ritmico di fare da collante fra le parti e, non di scarsa rilevanza, la giusta qualità timbrica per assecondare, soave e mai invasiva, la voce e il canto degli altri due, tenendo alta la tensione emotiva.

Il risultato è un flusso ininterrotto di sensazioni, 'una piccola storia musicale', come nelle parole dell'autore stesso, anche se non tutte le fasi del disco costituiscono momenti memorabili: si avverte, soprattutto nei primi brani, una determinata incompletezza dei fraseggi e una certa tendenza a scadere in alcuni clichè del genere. Con il passare del tempo, però, il trio cresce. L'atmosfera si fa più intima, ci mette a nostro agio; lucenti e sofisticati quanto discorsivi melismi del pianoforte fanno da contrappeso alla struggente voce dello strumento di Diégo Imbert (al contrabbasso, già partner in passato, tra le altre cose, di Biréli Lagrène nel Gipsy Project) che, spesso, assume su di sé il compito di narrare la vicenda, eseguendo magistralmente temi portanti e relative variazioni. Questa strategia trova la sua massima e più elevata realizzazione nelle ultime due tracce: “Hymne au revoir” (nostalgica e dolce) e, soprattutto, il coinvolgente arrangiamento di un classico dello stesso Brassens, “Il n'y a pas d'amour heureux”, emozionante ed espressivo.

Un lavoro spontaneo, dicevamo; un disco che in effetti non aggiunge molto a quanto già ascoltato, che non ha improbabili pretese di rivoluzione, di cambiamento. Un'opera, d'altro canto, in grado di toccare le corde dell'animo con facilità, sincerità, capace di legarsi, magari, a un momento preciso della nostra vita, di riportarlo alla mente, riscaldandolo, riscaldando il cuore.

Lorenzo Gabriele



Copertina


Visita il sito di François Ingold e dell'etichetta Altrisuoni.

Recensione su AAJ Italia.


postato da: Cynar alle ore 17:47 | Link | commenti (1)
categoria:musica, dischi
venerdì, 29 giugno 2007
SABIR MATEEN, THE SHAPES, TEXTURES AND SOUND ENSEMBLE
PROPHECIES COME TO PASS

(577 Records, 2006)


La 577 Records di Federico Ughi fa centro e dà alle stampe una registrazione, la settima nel catalogo della giovane e promettente etichetta di New York, che non avrebbe potuto sortire effetto diverso. Ripreso dal vivo allo Zebulon di Brooklyn il 22 Settembre 2005, l’esordio di The Shapes, Textures and Sound Ensemble, la creatura di Sabìr Mateen, ugualmente a suo agio e convincente con sassofoni, clarinetti e flauto e ormai un veterano per quanto riguarda free-jazz, improvvisazione, avanguardia e composizione moderna, si presenta all’ascoltatore come un lavoro tanto istintivo e semplice nell’impatto quanto complesso e variegato all’interno delle sue strutture.

Prendono parte all’ensemble musicisti che condividono o hanno condiviso con Mateen più di un’esperienza musicale, sempre solcando i mari dell’esplorazione e della libera espressione artistica, ad alti livelli: dalla Little Huey’s Creative Music Orchestra di William Parker ai Test di Tom Bruno, fino alla Pan Afrikan Peoples Arkestra di Horace Tapscott. Ecco dunque insieme, per eseguire brani originali provenienti dalla “penna” spirituale e poliedrica di Mateen, il maestro concertatore, strumentisti come Steve Swell (trombone), Matt Lavelle (tromba, cornetta, flicorno), Matthew Heyner (contrabbasso), Michael T.A. Thompson (batteria e percussioni); gente capace di andare oltre il significato più scontato di “improvvisazione”, gente che non rischia di cadere nei cliché abusati del genere ma che, d’altronde, ha respirato l’aria feconda di quella New York, mai ferma, i cui movimenti culturali e artistici sono protagonisti del jazz moderno e della musica tutta da almeno vent’anni.

Prophecies Come to Pass vede fondere insieme elementi e sonorità tipiche di un glorioso e rivoluzionario passato, il legame con i maestri dei maestri, da Albert Ayler a Sun Ra, arrivando fino a Cecil Taylor e al già citato William Parker, con l’interesse per le nuove vie espressive e l’attuazione di strutture moderne di composizione e sintesi strumentale. Groove pachidermici e accattivanti (”Sekasso Blues”) si accostano a momenti di lirismo intenso e spirituale (”The Beauty Within”, “Prophecies Come to Pass”), la catarsi improvvisativa personale e momentanea cammina insieme all’incontro dei solisti in duetti serrati o in ruggenti e struggenti summit corali.

La struttura dei brani può apparire rigida e severa ma viene resa incredibilmente leggera e spontanea dall’abilità degli strumentisti che si abbandonano sinceramente tanto all’esecuzione dei temi principali quanto all’invenzione personale, mettendo in luce la caratteristica più preziosa del progetto: la capacità del singolo di fondersi con il gruppo, senza, per questo, dover mai rinunciare a se stesso.
Il concetto di libertà è vissuto dal quintetto nel senso più squisitamente interiore e psicologico del termine: il solista percorre la propria via spirituale con la massima intensità, cercando di tradursi totalmente in musica e imponendo all’ascoltatore un grado di concentrazione pari a quello di chi suona. La più grande soddisfazione è arrivare alla fine, risvegliandosi consapevoli di essere stati risucchiati per più di settanta minuti in un vortice sonoro e, nello stesso momento, nell’anima degli stessi musicisti.

Il disco celebra il ricordo dell’indimenticato trombettista Raphe Malik, morto pochi mesi dopo questa registrazione, e, non per caso, è un’opera venata tutto il tempo da un profondo misticismo, tipico di Sabìr Mateen, della sua musica e del suo stile di vita. Una piccola perla, difficile da assimilare in poco tempo e dal diverso sapore di volta in volta. Un altro insegnamento alle nuove leve su cosa possa voler dire, al giorno d’oggi come un tempo, libertà.

Lorenzo Gabriele



Cover by Federico Ughi


Visita il sito di Sabìr Mateen e della 577 Records.

Recensione su AAJ Italia.

postato da: Cynar alle ore 17:32 | Link | commenti
categoria:musica, dischi
venerdì, 29 giugno 2007
Ricomincio a scrivere dopo un breve (non troppo) periodo di riflessione, discussione, crisi e soluzione.
Ho detto soluzione? Forse intendevo dissoluzione.
D'altronde la mia è un'equazione di secondo grado, le radici sono due. Pur non avendo ancora trovato gli zeri del polinomio.

I prossimi articoli, recensioni, report, interviste faranno presumibilmente parte del grande golfo di All About Jazz Italia.
postato da: Cynar alle ore 17:18 | Link | commenti
categoria:vita, bagattelle
mercoledì, 14 febbraio 2007
DENTE - ANICE IN BOCCA (Jestrai, 2006)


Di sicuro non è un incisivo.


Ascolto. Riascolto. Riascolto ancora ma mi distraggo. Non riesco poi a sentire nessuna dipendenza. Questo disco è volatile come una piuma, in tutti i sensi: leggero, veloce, non lascia tracce dove arriva, nelle mie orecchie, nel mio cervello. Tutto sommato, però, presenta degli elementi gradevoli, motivo per cui cercherò di essere piuttosto obiettivo. Cantautore: Dente è il chitarrista dei La Spina che adesso, da solista, ci presenta questo lavoro. "Anice In Bocca" è il nome del suo album d'esordio (imminente il secondo capitolo "Non C'è Due Senza Te", ndr), sedici brani, coriandoli di un sistema più organico; una registrazione casalinga, sporca e verace non quanto spontanea, resa accattivante dai ritocchi effettuati da Amerigo Verardi alla Fabbrica Di Plastica. Intorno alla rozza chitarra acustica gravitano suoni di pianoforte, batterie minimali e rumorose, echi del traffico in città. Dente è un succedaneo di Bugo, più romantico e meno ironico, a giudicare dai testi. Un crudele perdente. L'asso nella manica è la facilità di fischiettare delle proprie disgrazie sentimentali, di stonare sguaiatamente delle proprie delusioni, disillusioni e acquisizioni di una nuova realtà e di un significato più profondo e angusto di quest'ultima. Come il Bugatti nazionale, come volevasi dimostrare, che fa scuola e si vede. Dente però sostituisce al surreale, alla bocca asciutta e all'occhio fermo un cinismo più autocommiserevole, quasi decadente, riuscendo anche a commuoversi, lui. Eracliteo nei testi, tra frammenti dei più disarmonici e illuminanti frasi di senso compiuto, passa disinvolto dal luogo comune alla massima del giorno, da appuntare sul taccuino. Troppe parole per un disco a bassa fedeltà che non imprime la sua forma nella terra che tocca, cadendo. Può piacere, far discutere, allietare o rovinare momenti di vita vissuta. Mai, però, "creare dipendenza".

Lorenzo Gabriele




La copertina



[Dente]: www.myspace.com/amodente
[Jestrai]: www.jestrai.com






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postato da: Cynar alle ore 16:55 | Link | commenti
categoria:musica, dischi
martedì, 13 febbraio 2007
UOTHA _ PAOLO ANGELI & HAMID DRAKE
Live @ Rialto Santambrogio - Roma, 6 Febbraio 2007


La formula dell'emozione






(improvvisazione + composizione)/comunione = emozione




Stasera la musica abbraccia tutto, coinvolge tutti. Di corde e pelli. E quando un piccolo uomo sardo si occupa delle corde, seduto di fronte al gigante nero della Louisiana, intento, quest'ultimo, a fare la festa alle pelli, il risultato è assicurato. Ma non troppo: andiamo con ordine.

Uotha è il nome della collaborazione tra l'eclettico chitarrista (?) Paolo Angeli e lo straordinario, imprendibile, batterista e percussionista Hamid Drake. Unione di spiriti nata, dal vivo, sul palco del benemerito festival estivo di Sant'Anna Arresi, in provincia di Cagliari (per chi volesse saperne di più: www.santannarresijazz.it) e immortalata, in seguito, in un compact disc uscito nel 2005 per la Nu Bop Records. E' però dal vivo, la sua dimensione naturale, che Uotha cresce e amplifica gli animi. Impossibile definire cosa abbiamo davanti e nelle orecchie: è musica totale, polimorfa. Potremmo tirare in ballo logore etichette come 'improvvisazione', 'jazz', 'avanguardia'. Potremmo scomodare il post rock, la tradizione afroamericana, il blues, il folk, la musica popolare sarda, i richiami caraibici, le influenze orientali, l'hard rock e i Black Sabbath. Potremmo poi generare un mostro mescolando energicamente il tutto. E invece no: i due suonano, e questo basta. E' semplicemente una musica che tocca le corde dell'animo e le pelli del cuore, spaziando sinceramente e mangiando con gusto tutto ciò che intorno a lei possa servire a raggiungere l'unico scopo prefissato: l'emozione di chi ascolta, l'ebbrezza della condivisione.

Il segreto estetico di questo processo risiede precisamente nella personalità artistica (e non solo) delle due persone che siedono dinanzi a noi, e nel loro approccio alla materia e allo strumento, fisicamente inteso. Da un lato del palco, Paolo Angeli cinge con decisione e leggiadra perizia il frutto delle sue fervide elucubrazioni tecnico-stilistiche: uno scherzo della natura e dell'uomo che reca il nome di chitarra sarda preparata. Le influenze del suo creatore - dagli arcobaleni di Fred Frith alla tradizione di Giovanni Scanu, decano della chitarra sarda - prendono corpo in questa Chimera di liuteria, forgiando un unico soggetto dalle molteplici anime, come espresso nelle parole dell'inventore stesso: "... un ibrido tra scultura sonora, chitarra, basso acustico, violoncello e batteria." Martelletti, eliche, cavetti di bicicletta, pedali, corde di sitar, ponte di contrabbasso, elettronica. Dalla coreografia di tutti questi elementi e dal prodotto sonoro del loro movimento simultaneo, ben coordinato dal direttore d'orchestra Angeli, possiamo considerare uno strumento musicale non più semplicemente dal lato meramente letterale del termine, ma come realizzazione artistica a sé stante, una vera statua vibrante. Lo strumento si fa scopo, il mezzo si fa fine, pur continuando a servire perfettamente il suo fruitore che, compenetrandosi, lo sfrutta al meglio, lo fa cantare, conoscendo ogni suo segreto, disinvolto, elegante, appassionato. Di Hamid Drake abbiamo già parlato in altre occasioni. Nel suo caso lo strumento rimane tale, addirittura striminzito al cospetto del suo padrone. La bellezza di Hamid, d'altro canto, risiede proprio nella sua abilità di entrare nella musica, un dono. Saper vivere l'istante, essere capaci di sintonizzarsi con il tutto che sta intorno e assorbire l'energia che ne deriva, rielaborarla e sputarla fuori al momento giusto, sempre diversa, imprevedibile, assecondando l'effimera, fortissima poesia del momento, senza costrizioni né invadenza.

La fusione di due spiriti illuminati, l'improvvisazione e la composizione, il divertimento e l'intensità, la poesia e il lirismo. C'è tutto questo sul palco, stasera, ed emana in tutto l'ambiente. Un viaggio che dà infinito spazio all'immaginazione, che regala il tempo di cantare alla voce e la vita a mille ricordi. Ricordi di isole lontane e vicine, di profumi familiari o stranieri, di persone scomparse e di anime salvate. Capite bene che una serata di questo tipo, dalle mille cangianti striature e dagli altrettanti abbaglianti riflessi, difficilmente potremo levarcela dalla testa. E per quanto le parole, davanti a fenomeni di questo tipo, risultino sterili, inutili, perfino dannose, nel loro goffo tentativo di intrappolare, in una bolla di fonosapone, gesti, volti, suggestioni volatili che ferme non possono stare, evaporando a tradimento quando eri sicuro di stringerle fra le mani; per quanto le orecchie abbiano visto, gli occhi assaporato, le mani camminato, i cuori cantato; per quanto non sempre sia possibile (vi apparirà contraddittorio) contagiare gli altri intorno a noi, uguali a noi, con le nostre più vivaci sensazioni, né minimamente metterli a parte di qualcosa, qualunque forma essa abbia, che avrebbero potuto vivere facilmente, più intensamente ancora, in prima persona; sebbene tutto ciò si faccia contro di noi, minaccioso, insieme allo spazio e al tempo, cerchiamo comunque il modo di festeggiare due protagonisti della Musica, quando Musica significa emozione e comunione: Paolo Angeli e Hamid Drake, che ci hanno narrato una fugace storia, quasi una favola, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, al Rialto Santambrogio.


Lorenzo Gabriele







Drake e Angeli al Rialto



[Foto]: Claudio Fusacchia





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categoria:musica, live
sabato, 27 gennaio 2007

UNDERDOG - ZENO
(Autoproduzione, 2004)


Tutto è nel tutto. Dove?

Un disco nato tra il 2004 e il 2005 viene recensito agli inizi del 2007. Nel caso dei romani Underdog, manipolo di otto persone che si sta facendo strada nei sotterranei dell'urbe grazie alla propria bizzarra, sfuggente, astratta musica, Zeno (nove brani di qualche tempo fa) ritrova forza e lucentezza con una nuova distribuzione (www.dischiautoprodotti.com). Il folto drappello, equipaggiato con una strumentazione ben assortita, apre, anzi, spalanca le porte alla contaminazione. D'altronde, nel nome della band, che fagocita e tritura con ironia jazz, rock, funk, avanguardia e musica popolare, è contenuta la chiave del sistema: il riferimento alla biografia di Charles Mingus, Beneath The Underdog, protagonista e autore, quest'ultimo, di musica totale, punto di contatto e di fusione tra diversi generi e culture. Quali migliori auspici? Ben vengano progetti di questo tipo, persone che si fanno in quattro e che, spaccando il capello in otto, moltiplicano se stesse per tutte le vie che sarebbero liete di intraprendere, ottenendo in tal modo mille buone intuizioni e altre mille accattivanti suggestioni. In effetti, a ben ascoltare, il disco degli Underdog si presenta ricco, opalescente, policefalo e spinoso; un'opera capace di numerosi buoni slanci, di catapultare spesso una forma dentro l'altra, di dare vita a nuove geometrie e a nuovi colori. Con un unico difetto: l'approdo, troppo frequente, in territori instabili, qualche volta sterili; la perdita della via della coerenza e dell'aderenza tra le parti, condizioni imprescindibili per chi, coraggiosamente come i nostri, pretende e ha la forza di esplorare e di allargare gli orizzonti sonori. Un' imperfezione da correggere a fronte di numerose solide fondamenta, originali e benauguranti. Underdog è un composto instabile, reagisce e muta di continuo, spontaneo. La sintesi finale potrà impressionarci positivamente, a patto che si trovi una buona bussola.


Lorenzo Gabriele





[MySpace]
www.myspace.com/underdog78




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categoria:musica, dischi
sabato, 25 novembre 2006

Back in Rome! Londra affascina, scuote, fomenta e infastidisce. Sono però fiero di me per la parsimonia dimostrata davanti a colonne e colonne di cd che gridavano squassanti "Buy me!". Solo sedici (16) di loro l'hanno avuta vinta... Ecco la lista:

  • Pulp - Different Class
  • Pulp - We Love Life
  • The Teardrop Explodes - Wilder
  • The Teardrop Explodes - Kilimanjaro
  • Modest Mouse - Good News For People Who Love Bad News
  • The Jon Spencer Blues Explosion - Now I Got Worry
  • The Jon Spencer Blues Explosion - Acme/Plus
  • Motorhead - Overkill
  • Jarvis Cocker - Jarvis
  • The Flaming Lips - 1984/1990
  • The Jam - In The City
  • The Violent Femmes - Freak Magnet
  • Amusement Parks On Fire - ST
  • Mission Of Burma - On Off On
  • Liars - They Threw Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top
  • Archie Bronson Outfit - Derdang Derdang (Promo Version)


Per un totale di circa £80. Si può fare...

 

 

postato da: Cynar alle ore 13:42 | Link | commenti (1)
categoria:musica, vita, dischi
mercoledì, 15 novembre 2006
Wayne Shorter Quartet
Live @ Auditorium, Roma 7 Novembre 2006



La Musica. Ancora.


Questa sera all'Auditorium è di scena la Musica.

Il quartetto di uno degli ultimi grandi del jazz ancora in vita. Un approccio alla materia raffinato, complesso, non complicato. Quattro grandi solisti uniti in un corpo unico, quattro cervelli per un solo pensiero, quattro anime per un forte, immenso soffio travolgente. E ancora cuore, passione, ragionamento, meditazione, alchimia, gioia, fatica, tensione, impressioni momentanee, sudore e un sorriso, quello di chi ascolta, di chi guarda sorridere. Brian Blade alla batteria: assorto, concentrato, esplosivo, polimorfo. John Patitucci al contrabbasso: divertito, sornione, leggero, veloce. Danilo Perez al pianoforte: giovane, brillante, imprevedibile, armonioso. Wayne Shorter al sax soprano e tenore: un po' in disparte ma pur sempre Wayne Shorter, presente, con la sua aria serafica, le sue smorfie sapienti; il sensibile sciamano che con pochi, ben distribuiti segnali enfatici, pesanti e carichi di significato, riesce a governare l'estrema forza naturale del suono del gruppo.
 
La musica di questo quartetto - "Beyond The Sound Barrier", Verve 2005, "Alegria", Verve 2003, "Footprints Live!", Verve 2002 - ha le caratteristiche di un organo: si estende infatti in tutti i registri dell'anima: sa essere dolce, incutere timore, sa farti piangere, accompagnarti, schiaffeggiarti, stupirti, interessarti, schiacciarti. Non è mai di difficile comprensione, perfino nei confronti di un ascoltatore disinteressato e pigro (purché egli, ovviamente, non ne abbia paura); è composta da forme chiare, semplici, portate alla luce dal fondo del cuore di ognuno di noi, prese in prestito da insegnamenti del passato, evitando di scadere negli stilemi del presente, restituite sinceramente ed efficacemente al futuro; nette, spesso iridescenti, talvolta cupe. Mai contorte. Tutto ciò è lo specchio dell'organizzazione di un ensemble di musicisti di primo piano, imponente marchingegno dagli ingranaggi perfettamente oliati, che vede alla sua guida il grande leader carismatico Shorter il quale, con grande generosità e senso musicale, sa fare un passo indietro preferendo all'esibizione solistica una grande dimostrazione di eterogeneità, compattezza e originalità che scaturisce dalla stupenda interpretazione di otto braccia nervose, otto gambe disinvolte, quattro volti tesi, quattro teste ebbre, una sola intenzione sul palco.
Modalità, politonalità, sciami di note e respiri angelici, spunti melodici inaspettati e sbalorditivi, costruzioni armoniche, richiami latini, caraibici, post-bop, free, improvvisazione, tempo, interplay, estemporaneità, contemporaneità, impegno, sinfonia, concerto, ironia, furore, movimento, libertà, ragionamento, autonomia, collettività, libertà, libertà, libertà, nessun riposo. La sala Sinopoli dell'Auditorium, dotata di un'ottima acustica, è un posto ideale per far scorrere questo fiume in piena, per sentirlo scrosciare costretto a fatica in anse anguste, per vederlo esondare prepotente e rumoroso e infine riversare tutto ciò che si porta dentro da novanta minuti, molti anni, alcuni secoli, nel grande mare della coscienza. 
Come conoscere, capire, tornare a meravigliarsi della Musica in un'ora e mezza.


Lorenzo Gabriele








Wayne Shorter 01

 


Wayne Shorter 02




Primo piano

 

 

[Foto]: Paolo Soriani (www.paolosoriani.com)

 

 

 

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categoria:musica, live
mercoledì, 08 novembre 2006

CRAB NEBULA - ROUGE EP
(Autoproduzione, 2006)





Rarefazione ed espansione

Opera coerente realizzata con passione, eleganza e buon gusto per quanto concerne trame sonore, composizione e arrangiamento. La nebulosa a forma di granchio, residuo dell'esplosione di quella supernova che arabi e cinesi per primi ammirarono osservando la volta celeste nel lontano 1054, si estende in numerose direzioni e al centro contiene un pulsar che, ruotando trenta volte al secondo, emette diverse frequenze radioattive, dai Raggi Gamma alle onde Radio, componendo un discreto campionario di suoni e influenze stilistiche: psichedelia, rock, post romanticismo e attitudine lo-fi (gli undici brani di questo vero e proprio album sono tutti frutto di registrazioni casalinghe). Quando il creatore di questa one-man-band dal nome astrofisico si allea con l'eroe dei due mondi Cpt. Mantell (voce in "Empty Soul Filler" e "Noir Box") l'effetto spaziale è garantito, non scontato. Le undici tracce scivolano via leggere, liquide, delicatamente complesse nella loro costruzione, dedicate agli amanti di certe atmosfere malinconiche e dilatate ("Rouge"), ai nostalgici di certi suoni futuribili nei '70 ("Forget Tomorrow", "Bleu"), a chi sa apprezzare l'alternanza delle parti e il ritorno nella composizione ("Intro/Vertigine", "Elephant In Space"), procedimento che però finisce per risultare, alle volte, piuttosto ripetitivo. L'impatto sonoro e il peso specifico di questo lavoro non sono certo da pugno in faccia: la musica di Crab Nebula preferisce accompagnarti, seguirti più che farti voltare, subacquea, tenue, rosea, intensamente evanescente e ramificata proprio come la celebre nebulosa.


Lorenzo Gabriele





Crab Nebula








 La copertina dell'EP



[Crab Nebula]: www.myspace.com/crabnebulaspace

 

 

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postato da: Cynar alle ore 09:39 | Link | commenti
categoria:musica, dischi